Elisa Bertaglia. Intervista

Per cominciare, ci racconti come e quando è iniziato il tuo percorso artistico?
Il mio percorso artistico è incominciato ufficialmente con la mia iscrizione all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove mi sono formata dopo la maturità scientifica. Ho iniziato a lavorare a livello professionale ormai da qualche anno, sin dalle prime collaborazioni con diversi curatori e critici, che piano piano si sono trasformate anche in belle amicizie e tuttora durano.

In che modo e da che cosa trovi ispirazione per realizzare le tue opere?
Amo molto leggere e lasciarmi influenzare dalla letteratura, mi interessano molto i romanzi contemporanei, soprattutto quelli americani, ma anche i grandi classici latini. Ultimamente il cinema ha un ruolo sempre più centrale nel mio lavoro. Cerco, però, di non usare mai queste influenze in maniera illustrativa, bensì di creare un dialogo attivo e fecondo con tutto ciò che mi interessa, siano esse storie, cronache, immagini, suoni, o altro.

Quali sono i generi e i modi espressivi che prediligi?
Prediligo sicuramente la pittura e il disegno, che realizzo principalmente su carta o legno; ma, quando necessario, mi piace sperimentare nuove tecniche e realizzare anche progetti installativi site specific, sempre in linea con la mia poetica.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere al pubblico tramite le tue opere?
Mi piace quando il significato dell’opera rimane aperto, anziché dare un messaggio univoco. Le mie rappresentazioni, attraverso simbolismo e mistero, mirano ad instaurare un legame attivo con lo spettatore. La macro-tematica di cui spesso tratto nel mio lavoro è connessa al concetto di metamorfosi e a quello di natura, entrambe collegate alla sfera sia fisica che spirituale. Da qui nasce il mio intero immaginario, che si dipana tra ambientazioni liriche ed evocative, oniriche, ma con forti allusioni simboliche attinenti alla sfera del reale.

Come ti poni nei confronti dell’arte del passato e ci sono artisti che hanno ispirato la tua produzione artistica?
L’arte del passato e quella contemporanea sono fonte di indagine e di studio continui. Durante un recente soggiorno a Milano, ad esempio, ho trascorso due ore davanti ad un solo piccolo dettaglio di un’opera di Andrea Mantegna conservata alla Pinacoteca di Brera. Era così forte, innovativo e contemporaneo, da farmi dubitare di tutto il mio percorso. È stato meraviglioso. Porsi davanti all’arte del presente e del passato con grande curiosità e umiltà ci aiuta ad essere sempre dinamici davanti anche alla nostra ricerca, pronti al cambiamento. Ci sono tantissimi artisti – non necessariamente già affermati – che mi hanno insegnato molto. Dire quelli più importanti sarebbe come fare una lista dei libri più belli: impossibile. I tre di cui di recente ho visto mostre indimenticabili sono sicuramente Michal Rovner, Luc Tuymans e Nicole Eisenman.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese e in che modo ritieni che un artista possa emergere?
Secondo me si tratta di un sistema complesso e difficile da descrivere. Penso che lo scopo primario non sia tanto emergere, quanto perseguire e mantenere la sincerità nei confronti del proprio lavoro. Penso che il resto venga sempre di conseguenza.

A cosa stai lavorando ora e quali sono i tuoi progetti futuri?
Dal 13 al 16 ottobre ad Art Verona la Galleria Officine dell’Immagine (Padiglione 12, Stand F9) presenterà alcuni dipinti del ciclo “Out of the Blue”, realizzato durante una residenza negli Stati Uniti ed esposto per la prima volta nella mia ultima personale a cura di Matteo Galbiati. Al momento sto facendo una residenza d’artista, vinta nell’edizione 2016 del Premio Arteam, presso la Galleria Officine Saffi: si tratta di un’esperienza affascinante dove ho l’opportunità di sperimentare il linguaggio della ceramica. Ho poi in programma due personali, una in Germania ed una in Italia tra il 2018 e il 2019, a cui sto lavorando già da ora.

http://elisabertaglia.com/

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