Giorgio Salvato. Intervista

Per cominciare, ci racconti come e quando è iniziato il tuo percorso artistico?
Ho sempre avuto a che fare con l’arte, fin da bambino, ma ho sempre vissuto questo rapporto con una certa conflittualità; amavo disegnare, dipingere, ma allo stesso tempo desideravo che la mia vita avesse una qualche utilità e mi sembrava che l’arte non potesse rispondere a questo desiderio. È per questo che all’età di 23 anni, mentre frequentavo l’Accademia di Brera, ho deciso di entrare come volontario nei vigili del fuoco, dove ho prestato servizio per tre anni. Questa esperienza mi ha aiutato a prendere consapevolezza di che cosa significasse davvero la parola “utilità” riferita alla vita e, cioè, che all’uomo non basta che gli venga salvata la vita, ma ha bisogno che questa abbia un senso. E l’arte mi sembra che sia un modo vero per soddisfare questo bisogno.

In che modo e da che cosa trovi ispirazione per realizzare le tue opere?
A volte trascorro molto tempo a pensare a quale soggetto rappresentare, senza mai giungere ad una conclusione. Poi capita qualcosa nella giornata, qualcosa che accade, un’immagine che mi si svela. Ed è questo accadere che è al di fuori di me, che non avevo previsto, che è in grado di aprire nella mia mente nuove possibilità di espressione, nuove immagini e nuove strade da percorrere. Penso che sia solo dall’incontro con la realtà che possa nascere la vera arte.

Quali sono i generi e i modi espressivi che prediligi?
All’Accademia di Brera ho sperimentato la pittura, ma è qualche anno dopo che ho avvertito l’urgenza di esplorare nuovi materiali e linguaggi. Ho iniziato ad utilizzare il ferro, il cemento e ad integrare nelle opere oggetti di uso comune, una bilancia, dei giornali. Ho sempre amato il disegno, l’idea che un mio segno potesse creare una forma mi ha affascinato fin dagli anni del Liceo. Lavorare con il ferro oggi per me è un po’ come disegnare nelle tre dimensioni. In un’epoca in cui i concetti di reale e virtuale tendono a sovrapporsi mi piace l’idea di poter dare vita ad un oggetto con una propria fisicità, che s’imponesse, a volte con una certa violenza, nello spazio.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere al pubblico tramite le tue opere?
Non voglio trasmettere un messaggio. Non in senso letterale almeno. Vorrei che attraverso le mie opere si ridestasse uno sguardo di stupore nei confronti di ciò che ci circonda, che la quotidianità vibrasse di una tensione drammatica e irriducibile. Desidero che i miei corvi, i miei lupi o i miei fiori possano esprimere la vita e rinnovare il nostro modo di guardare le cose.

Come ti poni nei confronti dell’arte del passato e ci sono artisti che hanno ispirato la tua produzione artistica?
Penso che, nonostante l’arte del passato abbia sempre avuto un qualche tipo di limitazione, essa sia, comunque, sempre riuscita ad andare oltre al proprio tempo, ad affermare una realtà altra rispetto a ciò che stava rappresentando. L’artista che più tra tutti ha aperto in me un nuovo modo di guardare le cose è stato Robert Rauschenberg per la sua capacità di far rivivere qualunque oggetto o immagine all’interno dell’opera. L’artista per il quale oggi ho più stima è Anselm Kiefer, per la forza con la quale riesce ad instaurare un rapporto tra spettatore e opera d’arte, senza mai giocare su un’emotività fine a se stessa. Mi piace la tensione nei corpi Michelangioleschi e quel carattere di eternità che promana dagli spazi e dai corpi dipinti da Giotto.
Inoltre, sono molto affascinato da quell’irruenza e invadenza tipica del Barocco. Trovo che, a discapito di un giudizio abbastanza diffuso che ritiene l’arte barocca come qualche cosa di eccessivo e pacchiano, le sue forme riescano a creare una relazione vitale con lo spazio che anticipa di molto il concetto di installazione.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese e in che modo ritieni che un artista possa emergere?
Trovo la situazione attuale molto interessante per il fatto che si sia come giunti ad una sorta di “grado 0” nell’arte. Non esistono limitazioni di alcun tipo; di soggetto, di tecnica o di materiali. Chiunque può oggi ambire ad essere un artista, non devi essere passato da una bottega come avveniva nel Medioevo o nel Rinascimento. Non c’è più nessuno che si scandalizza per il fatto che tu non possieda una particolare abilità tecnica. E non c’è neanche quasi più nulla da dissacrare. È quell’annientamento del valore dell’immagine profetizzato da Warhol! Trovo che tutto ciò sia interessante perché l’attenzione viene posta non tanto sul “come” ma sul “cosa” passa dalla tua opera. A cosa questa è in grado di rimandare e quali orizzonti di senso apre una determinata opera nella vita delle persone.
Per me, infine, è difficile dare una risposta su come oggi un artista possa emergere. I meccanismi che regolano il mondo dell’arte non hanno mai avuto a che fare esclusivamente con il lato puramente artistico o poetico, ma anche con questioni legate al mercato ed alla comunicazione. Penso, tuttavia, che per emergere sia necessario uscire da quella dimensione di mero “artigianato” che per tanto tempo ha caratterizzato la storia dell’arte italiana ed europea e che sia necessario aprirsi ad un nuovo modo di fare arte, che tenga conto dei mezzi e delle possibilità offerte dal mondo in cui viviamo. Non credo, comunque, che nel futuro le nuove generazioni studieranno gli artisti come noi abbiamo studiato Michelangelo o Van Gogh, attraverso lunghe ed approfondite monografie; penso che degli artisti d’oggi verranno studiati al massimo una manciata di opere, come una sorta di democratizzazione dell’arte.

A cosa stai lavorando ora e quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto approfondendo il lavoro sui lupi iniziato ormai 2 anni fa. Sto cercando di rendere dei corpi sempre più fluidi ed omogenei, sempre meno frammentati, quasi un’antitesi rispetto alla tecnica che utilizzo. E sto anche cercando di farli interagire con sempre maggior organicità con l’ambiente e con gli oggetti che li circondano. Sto lavorando ad un livello che ha più il carattere dell’installazione, che della scultura.
Il lavoro sui corvi e sui fiori procede con sempre maggior consapevolezza. I corvi vivono come forme autonome nello spazio e sono sempre meno illustrativi. I fiori mi sembra che abbiano assunto una forza comunicativa che era quel che da un po’ di tempo cercavo. Sono anche da un po’ di tempo tornato alla pittura, su tele di grande formato. Sto dipingendo figure di lupi in lotta tra loro, ma come bloccate in un istante in cui i corpi vengono come pietrificati. Sono opere che tentano di esprime il contrasto tra l’effimero e l’eterno, tra una realtà che vive dell’istante ed il suo desiderio di eternità, che poi è l’uomo…

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