Maria Rebecca Ballestra. Intervista

Per cominciare, ci racconti come e quando è iniziato il tuo percorso artistico?
Mi s
ono diplomata all’Accademia di Belle Arti di Firenze e ho studiato presso la Facultad de Bellas Artes di Granada. Ho frequentato seminari e workshop in diversi Paesi europei tra cui il Museo Archeologico di Rethymno in Grecia, la Fondazione Picasso di Malaga, il Museo della Ceramica di Barcellona. Dal 1994 ho iniziato ad esporre in mostre collettive e personali in Italia e all’estero. Nel 2003 sono stata selezionata per partecipare alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo in Grecia e, nello stesso anno, ho vinto la mia prima residenza per artisti presso il Museo d’Arte Contemporanea Europos Parkas di Vilnius in Lituania, a cui sono susseguite numerose altre residenze che mi hanno permesso di realizzare progetti in varie parti del mondo, tra cui: Signal Fire negli Stati Uniti d’America, Cambridge Sustainable Residency in Inghilterra, Transnational Culture in Brasile, Sunhoo Industrial Design Innovation Park e CEAC – Chinese European Art Center – in Cina, Sowing Seed e Global Arts Village in India, Taipei Artist Village in Taiwan, Gozo Contemporary a Malta,  Future Nature Culture in Galles, ecc.

In che modo e da che cosa trovi ispirazione per realizzare le tue opere?
Il mio lavoro si fonda sulla rielaborazione e sulla reinterpretazione di tematiche sociali, politiche ed ambientali e sulla sintesi di codici etno-culturali appresi in paesi geograficamente e culturalmente lontani, durante numerose residenze d’artista. Mi interessa confrontarmi con tutte quelle tematiche connesse al fenomeno della globalizzazione che interessano l’uomo in quanto specie. Nell’epoca dell’antropocene assistiamo a fenomeni e processi che non hanno riscontro in nessuna epoca precedente della storia dell’umanità,  come la manipolazione genetica, l’aumento della popolazione mondiale, la distruzione dell’ecosistema, l’agricoltura intensiva, il consumo delle risorse, solo per citarne alcune. Come artista del mio tempo mi interessa confrontarmi con questi processi non solo da una prospettiva critica, ma anche da un’ottica partecipativa, come interlocutore attivo, nella consapevolezza che l’arte può “trasformare il mondo”.

Quali sono i generi e i modi espressivi che prediligi?
I miei numerosi soggiorni all’estero portano spesso a progetti site e contest specific o progetti transdisciplinari che enfatizzano aspetti ambientali e sociali. Utilizzo mezzi diversi, come la fotografia, il video, le installazioni, alla ricerca di una coerenza di contenuto più che a una linearità di mezzi espressivi. Nei miei ultimi progetti, come “Journey into Fragility” e “Echoes of the Void”, l’aspetto della transdisciplinarietà e della dilatazione temporale, con una durata progettuale di due o tre anni, hanno assunto una posizione predominante. Il tempo dilatato ed il dialogo con discipline diverse, dalla scienza alla filosofia, dall’antropologia alla poesia, mi permette di sviluppare temi complessi e di dare al mio lavoro una circolarità di visione che oltrepassi la mia singola prospettiva. Il processo creativo ed il viaggio sono due elementi fondamentali del mio fare arte e, a tale riguardo, vorrei citare le parole di Elena Mencarelli riprese dalla sua tesi, scritta recentemente sul mio lavoro:La dinamica del viaggio che ispira la ricerca artistica di Maria Rebecca Ballestra risponde di una duplice valenza: funzionale e concettuale. Da un lato essa possiede la finalità strumentale propria dell’indagine conoscitiva, dall’altro indica la chiave interpretativa con cui cogliere il senso di tale indagine. Dal punto di vista funzionale il viaggio consiste nel mezzo con cui attuare il processo creativo, mentre a livello concettuale esso è parte integrante del processo, conferendo un significato particolare alla produzione artistica, iscritta all’interno di contesti culturali e territoriali sempre diversi”.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere al pubblico tramite le tue opere?
Vorrei che innescassero nell’osservatore un processo di riflessione sul nostro tempo. Fino a “Journey into Fragility” le mie opere erano prevalentemente opere di denuncia, che si sono, poi, trasformate in opere di “riparazione”, in strumenti di riflessione per il ripensamento del nostro modo di fare civiltà. Considero la creatività uno strumento per la trasformazione positiva dei processi sociali nel campo della scienza, delle scienze umane, dell’economia e dell’ecologia, nel quale l’artista può assumere il ruolo di un “visionario” capace di suggerire nuovi immaginari sul nostro modo di vivere sulla Terra.

Come ti poni nei confronti dell’arte del passato e ci sono artisti che hanno ispirato la tua produzione artistica?
Sicuramente gli artisti del movimento americano della Land Art e Joseph Beuys. Tra i contemporanei Michelangelo Pistoletto e Alfredo Jaar.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese e in che modo ritieni che un artista possa emergere?
Personalmente ho deciso di orientare il mio lavoro, soprattutto, verso una dimensione internazionale, partecipando a concorsi all’estero, collaborando con istituzioni straniere e innescando processi collaborativi con altri artisti di diversa nazionalità. Una riflessione sul sistema dell’arte contemporanea italiana credo vada affrontato da vari punti di vista: da quello della galleria che rappresenta i giovani artisti, che spesso hanno una dimensione troppo nazionale e non riescono a far crescere gli artisti italiani sul mercato internazionale; da quello delle grandi gallerie, che, al contrario, occupano una posizione importante sul mercato internazionale, ma rappresentano soprattutto artisti stranieri; da quello delle istituzioni pubbliche che negli ultimi anni hanno perso terreno a livello internazionale, forse anche a causa della riduzione dei finanziamenti; ed, infine, le Fondazioni che si affidano prevalentemente a curatori esteri poco attenti agli artisti italiani. Credo che l’unica possibilità per un artista italiano di emergere sia quello di trovare una galleria straniera che lo rappresenti e lo supporti.

A cosa stai lavorando ora e quali sono i tuoi progetti futuri?
Da alcuni mesi ho iniziato un nuovo progetto a lungo termine, “Echoes of the Void” – www.echoesofthevoid.com – patrocinato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e curato da Rachela Abbate. Per due anni il progetto investigherà il significato geologico, culturale, spirituale, ambientale dei più grandi deserti del mondo. Saranno presi in considerazione diversi livelli di trasformazione topografica, incluso la desertificazione a causa dell’industrializzazione e della globalizzazione. Durante questo progetto partecipativo saranno prodotte delle opere multimediali in collaborazione con ricercatori, sia delle discipline scientifiche sia umanistiche.
Inoltre, sono impegnata in un progetto sul tema della coscienza, che si intitola “Labrys” e che prende spunto dal simbolo del labirinto per investigare macro-temi come il sacrificio, il pellegrinaggio, l’inconscio, il sogno ed il corpo.
Nel 2017 organizzerò, poi, la seconda edizione del Festival per la Terra – visioni sostenibili nell’arte e nella scienza (www.festivalfortheearth.com) – che ho ideato con l’obiettivo di creare un forum pubblico di accesso alla conoscenza.
Proseguiranno, successivamente, le attività del progetto “Social Soups” – www.socialsoups.com – che nel 2014 ho co-fondato con l’artista Rachela Abbate. Si tratta di una piattaforma collaborativa per l’estetica delle pratiche sociali, incentrata sul tema del cibo. “Social Soups” invita in residenza artisti italiani e internazionali che collocano al centro della propria ricerca il tema del cibo, declinato in diverse interpretazioni, sociali, culturali, economiche, scientifiche e politiche.

http://www.rebeccaballestra.com/

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