Guido Pecci. Intervista

Per cominciare, ci racconti come e quando è iniziato il tuo percorso artistico?
Ho avuto una predisposizione al disegno fin da bambino. Diciamo che disegnare era il mio passatempo preferito. Tuttavia, non è che mi ci dedicassi tanto per fare qualcosa, ma con l’intento preciso di realizzare una “bella” immagine, delimitandola con una linea di contorno nitida e prestando attenzione affinché il colore non ne fuoriuscisse dai bordi. Riconosco il fatto di essere stato, già da allora, molto esigente e un po’ maniacale, propenso com’ero al raggiungimento di una, seppure ingenua, perfezione tecnica e formale. La consapevolezza di voler diventare un artista è maturata durante l’adolescenza quando ho deciso di frequentare il Liceo Artistico e, subito dopo, l’Accademia di Belle Arti. Mi sono stabilito a Roma, riponendo nel ventre di questa città, che reputo essere una “madre immensa e terribile”, la mia vocazione alla pittura. Il mio percorso artistico vero e proprio, comunque, è iniziato qualche anno dopo, quando si è cominciata a delineare la mia cifra stilistica e a seguito delle prime collaborazioni con alcune piccole gallerie.

In che modo e da che cosa trovi ispirazione per realizzare le tue opere?
“Essere nel tempo”… questo è il senso del mio lavoro che, d’altro canto, si può pure ricondurre a quella che, in più di un’occasione, ho definito nei termini di “un’ansia famelica di esperire il mondo attraverso la pittura”. Le fonti dalle quali attingo sono le più varie e si sostanziano, di volta in volta, in rapporto alla tematica di riferimento. Ad esse mi approccio con immediatezza, spontaneità e voglia di comunicare; aspetti, questi ultimi, che, nonostante la loro natura, nascono già impaginati in un foglio di carta o in una tela. L’improvvisazione e l’istinto si misurano su un tempo lungo che è quello della pittura e in uno spazio strettamente sorvegliato che è quello del quadro.

Quali sono i generi e i modi espressivi che prediligi?
La mia è una figurazione rivista e corretta poiché, l’atto del “figurare”, si realizza a partire da un modus operandi diametralmente opposto ad esso… non parto mai da una forma definita a priori, ma dall’intuizione che ho di essa nel momento in cui, sulla tela, ho già “depositato” un paio di pennellate. A questa prima fase, che si risolve subitamente e senza premeditazione alcuna, ne segue un’altra ben più strutturata e più protratta nel tempo. Quanto detto vale sia per le opere pittoriche – perlopiù oli su tela – che per quelle scultoree, ceramiche e argille crude.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere al pubblico tramite le tue opere?
Non so fornire una risposta univoca poiché, la trasmissione del messaggio, è strettamente connessa alla tematica di riferimento che, mutando di volta in volta, determina esiti espressivi sempre diversi. Penso, tuttavia, che esista un leitmotiv, un’imprescindibile rimando ad una presenza dalla quale sento di non potermi mai del tutto allontanare: il corpo umano, volutamente esibito o sottratto allo sguardo dello spettatore ma, sempre e comunque, atto a sedurlo per mezzo di una sensualità a dir poco incontenibile.

Come ti poni nei confronti dell’arte del passato e ci sono artisti che hanno ispirato la tua produzione artistica?
Sono convinto del fatto che la creatività è un’esperienza unica e del tutto personale ma, non per questo, avulsa dal contesto entro il quale viene esercitata. La tradizione ha sempre avuto un ruolo di primaria importanza nel mio lavoro, indipendentemente dalla tecnica e dai materiali utilizzati. È fondamentale, a mio avviso, un raffronto diretto con tutto ciò che è stato e tutto ciò che è, volgere lo sguardo al passato, vivere il presente e, infine, proiettarsi nel futuro. Non potrebbe essere diversamente, essendomi formato a Roma dove, insieme ai muri delle periferie coperte di graffiti, ho visto e meditato sulla grande tradizione murale e su tutto il palinsesto di pittura che riempie la città. La ricerca del nuovo si esplicita attraverso l’assimilazione della storia che deve essere sempre consapevole e lungamente meditata. Ho sempre avuto un debole per i pittori del Manierismo, ammirandone la cervellotica ricerca dell’inusuale e del bizzarro, la sconcertante perfezione tecnica, l’ossessione per la “regola” che sfocia, paradossalmente, in una vocazione anticlassica. Pontormo e Parmigianino, Rosso Fiorentino e Beccafumi. In tempi più recenti, invece, ho sentito con forza la vicinanza a Francis Bacon e alla sua indagine spietata della realtà. Non posso non tralasciare, però, l’influenza che su di me hanno esercitato artisti come Basquiat e Haring, con il loro segno corsivo ed immediatamente riconoscibile, Kline e De Kooning, con tutta la loro vitalistica urgenza espressiva. Sono anche tornato a guardare Hockney e David Salle, Schnabel e Cecily Brown… dimenticavo: gli Espressionisti tedeschi e austriaci, Schiele primo fra tutti.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese e in che modo ritieni che un artista possa emergere?
Cosa posso dire del mondo dell’arte contemporanea nel nostro Paese? Niente di diverso rispetto a quello che potrei dirti in merito a tutte le altre cose del mondo! Qualcosa va per il verso giusto, qualcos’altra no… forse più di qualcuna. Entrandoci dentro è necessario, a mio avviso, inforcare un bel paio di lenti spesse per discernere la verità delle cose e l’autenticità delle persone: facile cadere nel tranello! Ad ogni modo, attualmente, mi ritengo fortunato poiché mi affiancano persone che stimo e che, come me, hanno fatto dell’arte una vocazione. Mi riferisco alla collaborazione con la galleria romana “Honos Contemporary Art Gallery”. Alcune delle gallerie con le quali ho lavorato in passato, invece, hanno mostrato il volto oscuro del suddetto sistema, agendo in totale disonestà e rivelando una più che biasimevole condotta etica e morale. Emergere, al giorno d’oggi, è per un artista un’impresa piuttosto ardua da sostenere, anche a causa di quella crisi economica che da anni ci attanaglia e che ha messo letteralmente in ginocchio tutti coloro che operano con il fine di promuovere le nuove leve. Tuttavia, come del resto vale per un po’ tutte le cose della vita, una buona dose di perseveranza, unita ad una completa e puntuale conoscenza della ricerca artistica attuale, credo siano le due componenti imprescindibili per cercare di centrare il bersaglio.

A cosa stai lavorando ora e quali sono i tuoi progetti futuri?
Attualmente sto lavorando ad un progetto espositivo che, nel periodo compreso tra il 27 gennaio e il 24 marzo 2018, sarà ospitato negli spazi della galleria romana “Honos Contemporay Art Gallery”. Successivamente, dal 31 marzo al 1 maggio 2018, esso approderà al MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il progetto, denominato “Di Roma, di Napoli e d’altre cose sparse”, intende indagare il rapporto tra la figura ed il paesaggio, attraverso un rinnovato dialogo con la “storia” e con il “museo”, di cui, Roma e Napoli, detengono il primato assoluto.

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