Salvatore Zacchino. Intervista

Per cominciare, ci racconti come e quando è iniziato il tuo percorso artistico?
Il mio percorso artistico nasce negli anni ’90 con sperimentazioni informali che si sono protratte per circa quattro/cinque anni. Poi, per priorità economiche, ho lavorato prevalentemente come rilevatore topografico per la pianificazione urbanistica. Questa attività, se da un lato ha limitato molto la mia produzione creativa, dall’altro mi ha permesso di conoscere luoghi e storie di gran parte del centro-sud dell’Italia. Facendo questo lavoro ho viaggiato spesso dall’Abruzzo alla Calabria con planimetrie aerofotogrammetriche di comuni da aggiornare, percorrendo territori a piedi, incontrando persone, paesaggi e luoghi bellissimi, densi di storia sedimentata, come Etruria, Sannio, Magna Grecia. Questo rapporto con il territorio, col paesaggio, con i luoghi, faranno nascere in me idee e progetti futuri. Così, dal 2005 la mia ricerca creativa è diventata costante. 

In che modo e da che cosa trovi ispirazione per realizzare le tue opere?
I viaggi di lavoro hanno segnato la mia ricerca ed il conseguente lavoro creativo, soprattutto gli ultimi lavori che ho denominato “geo-percezioni”. L’incontro che avviene in maniera analitico-territoriale, relativamente allo spazio e alla storia del luogo, ha fatto nascere in me l’esigenza di inventare un laboratorio di memoria territoriale che ho chiamato “geoperazione”. Qui custodisco tracce mappali, storie, reperti naturali. È materiale per la creazione di installazioni, pittura, scultura, grafica, poesia, suoni, fotografia e video. Percependo gli elementi del paesaggio antropizzato e silvestre, cerco di sperimentare “passo dopo passo” altri modi di percepire creativamente il posto stesso. Questa geo-opera-azione – concepire l’opera attraverso l’azione sul territorio – mi rende partecipe dello spazio-tempo del luogo: un albero, un fiume, una casa, ma anche una formica, una farfalla è parte integrante della mappatura informatica geo-referenziata. Immagino che tutti siamo attraversati da coordinate – linee, punti, numeri, lettere, segni – della mappatura geografica informatica. Inoltre, ho scoperto la geo-poetica di Kenneth White ispirata, a sua volta,  alla poesia giapponese di Matsuo Basho. Meraviglioso è l’insegnamento degli haiku di Basho nel “cogliere” l’essenza della natura sui propri passi: accogliere nel nostro corpo in moto, il vento, la pioggia, il sole, la neve e poi i suoni, i profumi, i rumori, le paure, le gioie, sempre in modo fluttuante, come le onde del mare che si infrangono sullo scoglio, sempre in modo diverso.

Quali sono i generi e i modi espressivi che prediligi?
I generi e i modi che attualmente sto elaborando sono le installazioni attraverso tutte le tecniche visive. Mi piace molto installare nello spazio in maniera dialogante: scultura-pittura-grafica-fotografia-video.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere al pubblico tramite le tue opere?
Trasmettere emozione visiva allo spettatore, suscitare curiosità, porre interrogativi nel rapporto con la Natura, così come me li pongo io. In sintesi far riflettere e coinvolgere, emozionando.

Come ti poni nei confronti dell’arte del passato e ci sono artisti che hanno ispirato la tua produzione artistica?
Intanto, per porsi nei confronti dell’arte del passato bisogna essere molto consapevoli di ciò che sta succedendo nel presente. La mia riflessione è che, mentre nel secolo scorso l’arte è stata sempre all’avanguardia presagendo a volte anche scoperte scientifiche, oggi, invece, la tecnologia, stando essa all’avanguardia, impone il ritmo della corsa a tutto, anche all’arte. Per quanto riguarda la produzione dei miei lavori, la Transavanguardia, soprattutto il nomadismo e le installazioni di Mimmo Paladino – l’ho avuto come assistente-insegnante al Liceo Artistico di Benevento, prima di trasferirsi a Milano – Luigi Mainolfi, Gastone Novelli, sono quelli che maggiormente hanno ispirato i miei primi approcci. Ma credo che ogni artista che fa un minimo di ricerca non può prescindere da tutte le avanguardie del secolo scorso come la Pop Art, l’Arte Povera, il Concettuale, l’Informale e, tra i maestri del passato più remoto, J. M. William Turner, per il suo pionieristico “informale” carico di trasparenze e rarefazioni cromatiche. Andando ancora a ritroso, la forza compositiva espressa nella leggerezza dal Bernini, nonostante si tratti di scultura e poi la “luce” di Piero della Francesca e il suo concetto di pittura.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese e in che modo ritieni che un artista possa emergere?
Il sistema dell’arte contemporanea in Italia sembra risentire molto della fragilità economica e delle incertezze socio-politiche. Per questo le gallerie propongono mostre di artisti affermati nel mercato o promettenti artisti giovanissimi, a prescindere dalla qualità immediata, pur di poterci investire. Penso che la qualità del lavoro meriterebbe più attenzione, a prescindere dall’età dell’artista. Poi, tranne rarissime eccezioni, c’è sempre differenza tra il nord e sud nel nostro Paese. Non saprei, ho l’impressione che stia cambiando il modo di fruire l’arte, di coinvolgere fisicamente lo spettatore in un evento artistico e questo anche per la smisurata quantità di immagini che passano per i social-media. In fondo, non è più monopolio delle gallerie promuovere artisti, ci sono associazioni, talent, concorsi, residenze d’arte ed anche qui si possono trovare collezionisti, però credo che le gallerie restino, comunque, il tramite per partecipare poi a manifestazioni importanti come le fiere e le biennali.

A cosa stai lavorando ora e quali sono i tuoi progetti futuri?
Lo scorso 18 marzo presso la Galleria Nuvole Arte, insieme all’artista fiorentina Federica Gonnelli, abbiamo inaugurato una mostra intitolata “DerivAzioni” – fino al 22 aprile – frutto di un progetto a quattro mani durato un anno di elaborazione. È un progetto che pone le basi per sviluppi creativi futuri. Il progetto è nato sul tema del “luogo”. Abbiamo prodotto numerose opere che si pongono come strumento di indagine usato per investigare sulla propria condizione e sull’essere in un certo spazio in un dato tempo. C’è la denuncia del limite stesso nella conoscenza di un luogo, dell’impossibilità di possederlo definitivamente. I lavori espressi attraverso tutte le tecniche visive, dalla fotografia alla pittura, dalla scultura al video, formano un’installazione ricreando un nuovo “luogo” interattivo nello spazio della galleria. Attualmente sto sviluppando una bozza per un altro progetto di lavori, in prevalenza foto-sculture ispirate ai social-media, che proporrò nei prossimi mesi.

 

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